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ottenebrato, come sempre.
sgancio l'àncora
nel nerboruto sprazzo d'oceano
s'adagia sul palmo
la mia guancia
il veliero s'arresta
e annuisce ambiguamente
scandaglia l'Oriente
anche se la bussola comanda Nord.
di sbieco,
scrutando con un quarto d'occhio
vedo la tavola
dove siede una famiglia d'estranei
e si tace. come le
ultime ore d'un manipolo
di terroristi
vedo il remoto regno di Suburbia
vedo la loro meraviglia
esalare gli ultimi soffi
sull'arso cemento
spirare nei distretti di cartapesta
nei crocifissi e nei numeri
in sovrimpressione
nei borbottii gravidi d'orgoglio
nella morte lenta e calcolata
ad ogni sputo e maledizione
nelle mani sudate d'un bambino
strette attorno ad una pistola.
i venti sabbiosi di Suburbia
s'insinuano nell'aria che respiro
come un eco
l'afa impesta i miei passi con aculei
d'antrace
l'ago fluttua debolmente verso quella direzione
ma il veliero non giace
sbruffa verso Est; a capo chino
viro il timone. lontano
dal Forno della società più sola.